In questi giorni mi sono capitati tra le mani dei vecchi appunti che voglio condividere.

Nell’opera De genealogia deorum gentilium di Giovanni Boccaccio, conosciuto anche come Certaldese scritta in latino (una raccolta enciclopedica in 15 libri) sono interpretati allegoricamente molti miti delle divinità pagane. Nel trattato si cerca di mettere ordine sui rapporti familiari tra le divinità del classico pantheon dell’antica Grecia e di Roma.

XIV LIBRO

Non c’è delirante vecchietta, attorno al focherello di casa, a veglia insieme con altri, nelle notti invernali, che inventi e racconti favole di orchi, di fate o di streghe o simili, senza sentire, sotto l’ornamento dei racconti – e secondo le forze del suo modesto intelletto – un significato, talvolta per nulla da riderne, per il quale voglia o incutere paura ai bambini, o divertire le fanciulle, o svagare i vecchi, o almeno mostrare il potere della fortuna>.

Dal libro di M. Lavagnetto Racconti di orchi, di fate e di streghe (La fiaba letteraria in Italia) “Boccaccio costruisce una requisitoria contro i letterati che accusano le fiabe essere un semplice gioco, privo di qualsiasi utilità, perché sono incapaci di andare oltre le superfici e di scorgere  i sensi nascosti che si celano dietro le parole. Non sanno vedere. Per smentirli Boccaccio ricava argomenti dalla Bibbia, dai poemi epici, dalla storia e anche dalla tradizione orale. Siamo poco dopo la metà del Trecento e questa grande, occulta macchina narrativa, che si muove nell’ombra e che produce senza sosta racconti anonimi e clandestini, affidati a una catena di invisibili narratori, è in piena attività: orchi, fate e streghe sono i protagonisti di una interminabile ed episodica, screziata e ripetitiva saga delle notti invernali”.

Devono però passare due secoli perché quei racconti, con quei protagonisti e con quella favolosa sospensione di ogni codice di realtà, affiorino per la prima volta sulla scena della letteratura italiana quando, tra il 1550 e 1553, Giovanni Francesco Straparola pubblica “Le piacevoli notti” mescolando alle novelle, conformi a una linea letteraria ormai stabilizzata e che risale al Trecento, anche vere e proprie fiabe

Fino alla seconda metà dell’Ottocento le emergenze della fiaba sulla scena della letteratura sono sporadiche e affidate a singoli exploits, mentre nell’ombra, nel cuore dei dialetti e alle spalle di una lingua letteraria che fa registrare solo lentissime trasformazioni, continua l’opera dei narratori anonimi che riprendono gli stessi motivi, li modificano, li innestano gli uni sugli altri, li contaminano dando luogo ad una serie di combinazioni possibili la cui trama non può in alcun modo essere descritta, ma soltanto immaginata. E’ una trama di echi, di scambi, di soluzioni a volte frettolose e prese in prestito da altre narrazioni, di ibridi più o meno riusciti.

Le notti d’inverno, i camini, le stalle costituiscono la scenografia consolidata di questa ininterrotta e misteriosa attività fabulatrice che appartiene a un mondo ormai lontanissimo.

La domanda che si pone è capire:  come mai quel mondo ha resistito nell’immaginario nonostante l’inabissarsi della realtà entro cui era nato?

Come mai la fiaba non ha perso la sua capacità di risuscitare in chi l’ascolta le attese, le curiosità, le paure, le previsioni di cui ha bisogno per esistere ed esercitare il suo potere di convocazione quasi che il fuoco fosse ancora acceso e le parole, mentre i venti soffiano nei camini e oltre le finestre, venissero dalle labbra tremanti di qualche vecchietta?

Come mai? Come mai la fiaba continua a viaggiare nel tempo, come mai continua a rimanere legata alla cultura di appartenenza, come mai la si tiene sempre viva? Come mai qualcuno continua ad andare alla ricerca della fonte, dell’origine, della prima narrazione, indietro e più indietro. Si ha sempre più sete quando ci si avvicina alla sorgente.

Chissà se riusciamo a recuperare quel sapere, a intuire,  a buttarci con coraggio nel pozzo della Signora Holle per ritrovarci nella sua casa e scoprire il mondo della Fecondità. Secondo il metodo di J.P. Debailleul se si seguono le indicazioni del miracoloso si torna a casa ricchi d’Oro. Ci sono delle tappe da seguire, delle azioni da fare, tutto è ben descritto nella fiaba. Cerchiamo le chiavi di lettura, scopriamo i suoi simboli e scopriremo davvero cosa vuol dire “C’era una volta…. e vissero felici e contenti”. La fiaba una cosa seria, la fiaba un percorso di consapevolezza, e molto molto altro. Una via per i cercatori, un via per il cambiamento. Mettersi in cammino questo l’inizio.  Con un sassolino in tasca per ricordarci perché siamo partiti.